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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

Hurgada


di Kinsella46
23.03.2026    |    2.307    |    5 9.6
"Il piacere fu elettrico, reso quasi insopportabile dalla fluidità dei cerchi che lei aveva iniziato a disegnare con una lentezza ipnotica..."
Dieci anni.
Tanto era passato dal mio divorzio, e altrettanto dal giorno in cui avevo deciso, quasi senza accorgermene, che la mia vita sessuale fosse un capitolo chiuso. Niente donne, niente complicazioni. Solo una pacifica, rassegnata solitudine. Poi, da qualche anno, era nata questa consuetudine con lei: un’amica coetanea, separata, con cui condividere viaggi e pause dalla realtà. Pura amicizia, senza alcuna deriva sentimentale.

L’anno scorso eravamo a Hurghada. Il caldo dell'Egitto, lo snorkeling, il sapore del sale sulla pelle e quel dolce far niente che ti svuota la testa. In camera, come ormai capitava spesso per una sorta di abitudine ereditata dai nostri lunghi matrimoni, condividevamo lo stesso letto. Due piazze e mezza di spazio dove ci sentivamo al sicuro, protetti dalla presenza dell'altro senza che ci fosse mai l'intenzione di andare oltre. Una gamba che ne sfiora un'altra nel sonno era solo un contatto casuale, fraterno, privo di malizia. Non eravamo interessati a nient'altro.

Fino a quella mattina.

Mi sono svegliato mentre la luce dorata dell'Egitto tagliava già le tende del resort. Sotto il cotone degli slip ho sentito un’erezione involontaria, tecnicamente la tumescenza peniena notturna, un sussulto biologico prepotente che non rispondeva a nessun comando della mia mente. È in quel momento che ho percepito un'insolita immobilità accanto a me.
In bilico tra il sonno e la veglia, ho socchiuso gli occhi solo per un istante, quanto bastava per vederci attraverso le ciglia. Lei era lì, rannicchiata come se stesse dormendo con gli occhi nascosti. Pensava che io fossi ancora nel mondo dei sogni, e questo le dava una libertà assoluta. Il suo sguardo era fisso, ma con un'intensità magnetica, che io “sentivo” puntare proprio su quel rilievo inequivocabile che i miei pantaloni non riuscivano a contenere.

Ho richiuso subito gli occhi, tornando a simulare un respiro profondo e regolare. Mi piaceva l’idea esibizionista che qualcuno guardasse. Sentivo fisicamente il peso del suo sguardo appoggiato su di me, quasi come se mi stesse toccando con gli occhi. Il fatto che lei mi credesse addormentato rendeva tutto incredibilmente carico: ero l'oggetto di un'osservazione clandestina che rompeva dieci anni di invisibilità. Il silenzio della stanza, prima solo riposante, era diventato improvvisamente elettrico, alimentando in me un'eccitazione cerebrale che non provavo da una vita.
Il ronzio dell’aria condizionata era l’unico suono nella stanza 402, un battito monocorde che sottolineava il silenzio elettrico tra noi due. Io ero immobile, prigioniero consapevole del mio stesso gioco: fingere un sonno profondo mentre ogni recettore della mia pelle era diventato un radar sensibilissimo.

Dopo quel brevissimo istante in cui l’avevo scorta tra le ciglia, sapevo che il suo sguardo non si era staccato da me. Sentivo il calore del suo corpo a pochi centimetri dal mio. Poi, ho avvertito un fruscio quasi impercettibile: il lenzuolo che scivolava via dal suo braccio mentre lei accorciava le distanze.

La punta del suo polpastrello si posò sopra il cotone degli slip, esattamente sulla sommità del glande.
Fu un tocco leggerissimo, un'esplorazione cauta che pareva quasi un dubbio. Per me, fu una scarica elettrica. Sentivo la pressione del suo dito che cercava di percepire la consistenza della mia erezione attraverso il tessuto. Durò forse un minuto, un tempo che mi parve infinito, in cui il mio cuore batteva forte contro le costole mentre cercavo di mantenere il respiro regolare di chi è immerso nei sogni.

Poi, decisi di interrompere l'incantesimo.

Emisi un respiro più profondo, feci un piccolo movimento con la spalla e schiusi gli occhi lentamente, come se la luce della stanza mi stesse strappando al sonno. Con la coda dell'occhio, percepii il suo scatto fulmineo: ritrasse il dito con una velocità innaturale, tornando immobile nella sua posizione originale, come se nulla fosse mai accaduto.
Non dissi nulla. Mi stiracchiai, mormorai un banale "buongiorno" e mi alzai per andare in bagno

La giornata trascorse normalmente. Facemmo snorkeling tra i coralli, pranzammo all'aperto, parlammo del più e del meno come avevamo fatto in tutti i nostri viaggi. Ma sotto la superficie di quella "pura amicizia", qualcosa era cambiato per sempre. Io sapevo cosa aveva fatto la sua mano, e lei sapeva cosa aveva visto. Eppure, quel segreto rimase sospeso tra noi per tutto il giorno, come un filo teso pronto a vibrare al minimo tocco.
La seconda mattina a Hurghada la luce filtrava con la stessa intensità dorata. Mi svegliai presto, sentendo di nuovo quella vitalità prepotente che premeva sotto gli slip. Stavolta, però, decisi di non restare passivo, pur mantenendo la maschera del sonno.

Con un movimento studiato, fingendo di rigirarmi pesantemente per cercare una posizione più comoda, con l’aiuto del materasso feci in modo che l’elastico degli slip si abbassasse appena. Fu un gesto calcolato: la punta del glande fece capolino dal tessuto, esposta all'aria fresca della stanza. Rimasi immobile, il cuore che pulsava fin dentro le orecchie, gli occhi serrati.

"Sapevo" che lei mi stava guardando. Non era un sospetto, era una percezione fisica. La sentivo sollevata su un fianco, lo sguardo magnetizzato su quel centimetro di pelle nuda che avevo offerto al suo desiderio. Lei era convinta, oltre ogni dubbio, che io fossi sprofondato nell'incoscienza del sonno. Questa sua certezza le diede l'audacia che non aveva avuto il giorno prima.

Sentii il fruscio del lenzuolo. Poi, il contatto.

La punta del suo polpastrello si posò direttamente sulla carne nuda. La sensazione fu devastante: non c'era più il filtro del cotone, era pelle su pelle. Lei iniziò a descrivere dei leggerissimi cerchi proprio lì, sulla sommità, con una lentezza ipnotica. Era un’esplorazione meticolosa, quasi scientifica, fatta da chi crede di avere davanti a sé un corpo inerte, un oggetto che non può giudicare né reagire. Godevo ferocemente di quell'illusione: lei pensava di essere l'unica custode di quel momento, mentre io ne ero il regista segreto.

Dopo circa un minuto, decisi che era il momento di "interrompere" nuovamente la scena.
Emisi un respiro più profondo, quasi un gemito soffocato che squarciò il silenzio. Sentii immediatamente il ritrarsi della sua mano più lentamente della mattina precedente, il rumore soffice del suo corpo che tornava a schiacciarsi contro il materasso per simulare un sonno perfetto. Io aprii gli occhi lentamente, sbattendo le palpebre come chi emerge a fatica da un sogno confuso.

Finsi di accorgermi solo in quel momento del mio stato. Abbassai lo sguardo verso il basso, vidi l'erezione ancora tesa e, simulando un istintivo imbarazzo, mi girai bruscamente sul fianco, dandole le spalle e rimboccando le coperte con un gesto secco, come a voler nascondere un segreto di cui mi vergognavo. Rimasi così, immobile, attendendo che il sangue defluisse, mentre sentivo il suo respiro forzatamente regolare alle mie spalle.

Mi alzai poco dopo per la solita routine. "Sveglia? Andiamo a far colazione??" chiesi con voce piatta, senza voltarmi mentre cercavo le infradito. "Sì, ok," rispose lei, con un tono così normale da sembrare quasi finto.
Anche quel giorno trascorse seguendo i nostri soliti rituali. Snorkeling, sole, chiacchiere sulla barriera corallina. Nessuna allusione, nessuna battuta, nessun riferimento a quella punta di pelle esposta. Lei era sicura di averla fatta franca, convinta che io non avessi sentito nulla. E io la lasciai in quella certezza, sapendo che proprio quel segreto unilaterale avrebbe reso la mattina successiva ancora più inevitabile.

La terza mattina l'aria nella stanza 402 sembrava vibrare. Mi svegliai con la solita, prepotente vitalità che premeva sul materasso e, come ormai era diventato il nostro rito muto, feci in modo che la punta del glande sporgesse dagli slip, offrendola alla luce dorata che filtrava dalle tende.

Sentii il suo respiro farsi più vicino. Poi, un suono nuovo, intimo: il lieve rumore di lei che inumidiva il polpastrello con la punta della lingua. Un istante dopo, quel tocco bagnato si posò sulla mia pelle nuda. Il piacere fu elettrico, reso quasi insopportabile dalla fluidità dei cerchi che lei aveva iniziato a disegnare con una lentezza ipnotica.
Stavolta, decisi di rompere il gioco del sonno.

Aprii gli occhi in silenzio. Non feci scatti, non emisi sospiri. Mi limitai a guardarla.
Lei era sollevata su un gomito, lo sguardo dritto al mio volto. I nostri sguardi si incrociarono nel silenzio assoluto della stanza. Mi aspettavo che ritraesse la mano per lo spavento, che cercasse una scusa, e invece successe l'imprevisto: lei non si mosse. Continuò a guardarmi fisso negli occhi, mentre il suo polpastrello inumidito non smetteva di descrivere quei cerchi perfetti e leggeri sulla mia pelle.

C’era una determinazione ferma nel suo sguardo, una sorta di rivendicazione di quel piacere che avevamo coltivato nel buio per due giorni. Fu lei a rompere il silenzio, con una voce bassa ma incredibilmente sicura.
"Ti dà fastidio?" mi chiese, senza interrompere il movimento del dito. "L'ho fatto anche le due mattine precedenti mentre dormivi. Ma ora che sei sveglio... posso continuare?"
Rimasi immobile, sopraffatto dall'onestà di quel momento. Non c'era traccia di vergogna in lei, solo una soddisfazione visiva e tattile che non vedevo da anni. Prima che potessi rispondere, lei aggiunse qualcosa che definì i confini del nostro nuovo mondo.

"Ascoltami," disse con calma. "Non voglio niente in cambio. Non voglio che questo sia l'inizio di una relazione, né voglio promesse o impegni. Abbiamo sessant'anni, siamo reduci da troppe battaglie. Mi basta questo. Mi basta giocare con il tuo amico, darti piacere e sentire che il tuo corpo risponde a me. È solo un gioco, un nostro spazio libero. Ti va bene?"
La guardai, sentendo la mia eccitazione cerebrale fondersi con una gratitudine profonda. Mi stava offrendo un’isola di puro desiderio fisico, spogliata da ogni peso sentimentale. Solo due amici, un letto a Hurghada e il risveglio della carne dopo un decennio di gelo.

Non servivano altre parole. Chiusi di nuovo gli occhi, abbandonando la testa sul cuscino in un segno di resa totale, e le permisi di continuare il suo gioco alla luce del sole.

Dopo quel patto sussurrato, le mattine a smisero di essere un segreto per diventare un appuntamento. Il ronzio dell’aria condizionata non era più il sottofondo di un inganno, ma il segnale d'inizio di un teatro erotico che si spingeva ogni giorno un po’ più in là.

Lei era diventata spregiudicata, mossa da una curiosità che sembrava voler recuperare anni di desideri sopiti. Le "logistiche", come le chiamavamo mentalmente, cambiavano ogni volta.

Ogni volta l’inizio era lo stesso, le sue dita mi svegliavano con ritmici cerchi con i polpastrelli umidi e il finale era lo stesso: un’esplosione che rompeva il silenzio della stanza 402, seguita da pochi minuti di respiro affannato e una pulizia veloce con un asciugamano umido.

Ma la vera magia, o forse il vero paradosso, avveniva dopo.

Appena varcata la soglia della camera, tornavamo ad essere due amici asessuati. Camminavamo verso la colazione parlando delle escursioni termiche del deserto; facevamo snorkeling uno accanto all'altra osservando i pesci chirurgo; cenavamo ridendo di vecchi aneddoti dei nostri matrimoni falliti. Non c’erano sguardi complici, non c’erano mani che si cercavano sotto il tavolo, non c’erano allusioni.

Eravamo riusciti a scindere perfettamente il corpo dalla relazione. Durante il giorno eravamo due coetanei che si godevano la pensione e il viaggio; all'alba, eravamo due complici che giocavano con il fuoco, esplorando la meccanica del mio piacere senza il peso dei sentimenti.

Quando l'aereo decollò per riportarci in Italia, guardai le sue mani appoggiate sul bracciolo. Sembravano le mani di sempre: calme, amichevoli, innocenti. Sorrisi tra me e me, pensando che il segreto più grande di Hurghada non era sepolto sotto la sabbia, ma conservato nel calore di quelle dita che avevano saputo risvegliare un uomo che aveva deciso di addormentarsi anni prima.
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